Oggi, a San Severino Marche, facciamo memoria del 25 aprile, data della Liberazione del nostro Paese.
A muoverci non è un sentimento celebrativo di maniera.
Tanto meno la pretesa di una storia scritta in obbedienza ad astratte posizioni ideologiche.
A muoverci è amor di Patria.
Quello che, con immenso sacrificio, ebbero a testimoniare i militari lasciati allo sbando, in assenza di ordini dopo l’8 settembre 1943.
I giovani che fuggivano i bandi della sedicente Repubblica Sociale Italiana e che si unirono nelle formazioni partigiane.
I contadini che venivano strappati alla terra per essere comandati a lavorare alla cosiddetta Linea Gotica, ultimo tentativo del Reich hitleriano di ritardare la disfatta.
Le donne, le famiglie verso cui si scatenò, anche in queste contrade, una cieca violenza.
I sacerdoti, trucidati per rappresaglia, come don Enrico Pocognoni, Medaglia d’oro al Merito civile, parroco di Braccano di Matelica.
I Carabinieri, che dettero la vita, come il vice brigadiere Glorio Della Vecchia, Medaglia d’argento al valor militare, al quale venne intitolata la Caserma dei Carabinieri di San Severino e il maggior Pasquale Infèlisi, Medaglia di bronzo al valor militare, al quale è intitolata la Caserma della Legione Carabinieri d’Abruzzo e Molise a Chieti.
Questa la storia, scritta con la loro vita.
Da questi italiani.
In questa regione, le Marche, territorio di scontri pagati a caro prezzo dalle popolazioni.
Un’area in cui fu protagonista – e va rinnovata gratitudine nei loro confronti, come abbiamo poc’anzi veduto - l’eroismo delle truppe polacche guidate dal gen. Anders e del Corpo Italiano di Liberazione, con le ricostituite formazioni dell’Esercito italiano.
Siamo qui perché, sulle macerie di un regime dittatoriale, anche qui, in questo luogo, si trovano le radici della Repubblica.
Nata ottant’anni or sono, dalla libera scelta delle cittadine e dei cittadini, solennemente sanzionata dal referendum istituzionale.
Nata sugli orrori della guerra, sulla contrapposizione a un occupante e per redimere l’onta dei collaborazionisti che lo avevano affiancato privilegiando il partito alla Patria.
Repubblica nata per esprimere la speranza e l’avvio di un futuro migliore.
Le popolazioni delle tante città e i tanti borghi della penisola seppero dar vita a una nuova Italia, verso un Paese in cui “buongiorno vuol dire davvero buongiorno” per usare le parole con cui Vittorio De Sica concluse “Miracolo a Milano”.
Questo è stato il portato di ottant’anni di pace, di sviluppo, di progresso, segni distintivi dei valori raccolti nella Costituzione del nostro Paese, tanto cara agli italiani.
Sono lieto di rivolgere un saluto a tutti i presenti, a tutti i settempedani che ci seguono anche oltre questo magnifico complesso, nella splendida piazza del Popolo.
Saluto i rappresentanti del Parlamento, la Vice Presidente del Senato, il Questore della Camera dei Deputati, il Ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore della Difesa e tutti i presenti, ripeto.
Saluto, e ringrazio per i loro interventi, il Presidente della Regione, il Sindaco di San Severino Marche, il Presidente della Provincia.
Un saluto ai Sindaci presenti, pregandoli di condividerlo con i cittadini dei loro Comuni.
Un saluto al Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza.
Quasi a volerci ispirare, questo teatro è intitolato a Feronia, dea romana della fertilità e delle messi, nonché - carattere non secondario - dipinta come liberatrice delle catene, protettrice dei liberti, gli schiavi liberati perché anche loro, come le messi, uscivano finalmente alla luce del sole. Una sorta di dea della libertà.
È questo che celebriamo il 25 aprile: la festa di tutti gli italiani amanti della libertà.
La celebriamo da una terra allora attraversata da una linea che divideva l’Italia, dall’Adriatico al Tirreno. Che divideva gli italiani.
Una terra segnata dalle distruzioni della guerra.
Da San Severino, intendiamo sottolineare – insieme al carattere della nostra ferma unità - la nostra determinazione nella difesa delle nostre libertà, la nostra convinta apertura a condividere, con gli altri popoli, i valori della giustizia e della pace.
Ricordiamo l’anniversario della Liberazione in questo Comune, insignito della Medaglia d’oro al merito civile per il contributo fornito dai suoi cittadini, dalla sua popolazione durante la guerra partigiana, come fu detto nella motivazione, “esempio di sacrificio e virtù civica”.
L’occupazione germanica, la complicità della Guardia Nazionale Repubblicana, la presenza degli uomini della malfamata Legione Tagliamento, hanno recato lutti e sofferenze a questi borghi e alla loro gente.
In particolare, questa provincia di Macerata e questi luoghi, come abbiamo poc’anzi ascoltato, furono oggetto di prevaricazioni e di stragi.
Il concentramento di bande partigiane sapeva tener testa, tenere anche in scacco, i nazifascisti e si subivano le loro rappresaglie: proprio San Severino fu teatro dei primi scontri a fuoco.
La presenza di campi di prigionia di prigionieri jugoslavi favorì la costituzione di alcune formazioni partigiane, come la “Banda Mario”, guidata dall’istriano Mario Depangher - Sindaco della Liberazione di San Severino - che raccoglieva, accanto ai patrioti italiani anche ex prigionieri alleati; somali, etiopi, eritrei che, concentrati nel campo di internamento di Treia, erano stati liberati dai partigiani.
Nelle Marche era insediato il campo di internamento di Urbisaglia, presso l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra.
Nel settembre 1943 gli ebrei di quel campo vennero avviati tragicamente a Fossoli e da lì ad Auschwitz.
A Fiastra era stato rinchiuso anche Raffaele Cantoni, presidente, nell’immediato dopoguerra, dell’Unione delle Comunità Israelitiche italiane.
Come poc’anzi è stato rammentato, fu un medico di origini ebraiche, Mosè Di Segni – padre dell’attuale Rabbino Capo di Roma - a prendere parte, nella formazione partigiana di Mario Depangher, alla battaglia di Valdiòla, comportamento che gli valse la Medaglia d’argento al valor militare.
Nella medesima circostanza trovò la morte Salvatore Valerio, capitano di complemento dell’Esercito. A lui è stata conferita, alla memoria, la Medaglia d’oro al valor militare.
Gli avvenimenti in queste terre, con la decisiva avanzata delle truppe alleate, segnarono la ricongiunzione all’Italia libera delle province centro-settentrionali cadute sotto il dominio hitleriano con i suoi zelanti complici fascisti.
Anche in questa regione, anche qui a San Severino, a Castel Raimondo, a Matelica, la Liberazione anticipò l’arrivo delle truppe alleate, nel luglio del 1944.
Così come le Marche furono partecipi dell’esperienza di “zone libere”, di centri amministrati dalle forze partigiane per periodi più o meno lunghi, “Repubbliche” modellate su principi inediti della storia italiana, su principi mai sperimentati, esempi embrionali di vita democratica.
Fu così a San Leo, allora in provincia di Pesaro, con protagonisti i partigiani della Brigata Mazzini.
Fu un’esperienza inedita quella della autodefinitasi Repubblica autonoma di Cerrato d’Esi, così ben descritta in un suo libro da un autorevole parlamentare che vi era nato: Bartolo Ciccardini.
La Resistenza fu esperienza che ebbe a donare alla Repubblica personalità e classi dirigenti di spessore.
Eminenti figure ebbero a compiere in queste terre scelte che, segnando la loro vita, avrebbero, al contempo, segnato quella dell’Italia.
Il sottotenente dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che operò, in quegli anni, a San Benedetto del Tronto e a Porto D’Ascoli. Un eroe della Repubblica.
Enrico Mattei, protagonista, nel dopoguerra, dell’indipendenza economica e dello sviluppo della nuova Italia.
La sua scelta avvenne proprio qui vicino, a Matelica, per entrare a far parte, successivamente, del Comando del Corpo Volontari della Libertà e, in questa qualità, sfilare, insieme ad altri comandanti, alla testa dei partigiani vittoriosi il 5 maggio 1945 a Milano.
E nelle Marche, nell’entroterra maceratese, ebbe modo di operare Sandro Pertini, settimo presidente della nostra Repubblica, dopo la fuga dal carcere di Regina Coeli a Roma - compiuta insieme a Giuseppe Saragat, quinto presidente della Repubblica.
Spiccano, a conferma delle virtù patriottiche dei marchigiani, le Medaglie d’oro al valor militare conferite nel 1975 alla Provincia di Ascoli Piceno e alla Città di Ascoli Piceno. La Medaglia d’argento al valor militare alle Città di Camerino e di Tolentino, le Medaglie di bronzo ad Arcevia, Fabriano, Urbania; la Croce al valor militare a Cessapalombo.
La Medaglia d’oro al valor civile alla Città di Ancona, alla Provincia di Fermo e, come è ben noto, a San Severino.
Le Medaglie d’argento al merito civile a Casteldelci e Pesaro, alla Provincia di Pesaro e Urbino, le Medaglie di bronzo al merito civile a Chiaravalle.
La guerra procedeva con durezza.
I bombardamenti alleati dal cielo contro porti e stazioni, nel tentativo di contrastare il saccheggio delle risorse territoriali da parte delle truppe tedesche, provocarono morti e feriti tra la nostra popolazione: centinaia furono quelli di Ancona, mentre nel gennaio 1944, centottanta furono quelli contati a Chiaravalle, oltre 250 a Urbania, senza contare i tanti feriti.
La stretta relazione tra forze partigiane e popolazione scatenava la rabbia nazifascista con eccidi gratuiti contro la popolazione: oltre trecento saranno i civili uccisi per rappresaglia.
Gli eccidi si succedevano: Fragheto di Casteldelci, Fabriano, Morro, Pozzuolo e Capolapiaggia, Valdiòla, Matelica, Ponte Chigiano, Pozza e Umito di Acquasanta Terme, Arcevia, Filottrano e la Val Musone.
Era un popolo unito quello che si opponeva all’invasore.
I tanti Bruno Taborro di cui ha parlato il Sindaco.
Persone comuni, come Mario Fattorini - Verdi il suo nome di battaglia - presidente del Comitato nazionale di Liberazione di Macerata o come don Gaspare Morello, sacerdote di Mazara del Vallo – nella mia regione - formidabile suscitatore di energie giovanili, unico religioso ad avere presieduto un Cln, quello di Fermo. La sua città natale gli ha dedicato il Liceo Artistico.
A combattere insieme a quelli italiani - come abbiamo ricordato stamani - c’erano partigiani di molte nazioni, perché libertà e giustizia sono cause che non conoscono confini. E con esse, e con tutte le altre popolazioni, non possiamo essere indifferenti a queste ragioni e a queste esigenze, a questi obiettivi.
Così come, a unire popolazioni e Resistenti, in ogni Paese, era la comune aspirazione alla pace.
Le dittature che avevano scatenato il Secondo conflitto mondiale avevano preteso di fare della retorica della guerra un valore.
Contro il loro disegno, dai morti tra la popolazione civile, dai militari caduti, dalle vittime dei campi di concentramento, si levava - e si leva - una sola invocazione: pace.
La pace per ogni persona.
La pace come diritto di ogni popolo. La pace per ogni Paese.
Questo il senso della Resistenza.
Opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo.
Fu per rispondere a questo accorato appello che la comunità internazionale progettò, con l’Onu, di ambire a liberare il mondo dall’incubo della guerra e, con il disegno dell’unità europea, di liberarne il nostro continente.
In questi ultimi anni stiamo assistendo, dolorosamente, ad antistoriche velleità di affievolire se non addirittura rimuovere quei percorsi.
Dimenticando o ignorando che reagire alla guerra fra i popoli significa dar fiducia a istituzioni comuni di pace, renderle più autorevoli ed efficienti: un impegno oggi, in questo periodo, tanto più indispensabile.
Così come per quella opera di costruzione della pace attraverso la cooperazione che gli italiani e i popoli europei hanno realizzato sulle ceneri del nazifascismo e sulle rovine del comunismo sovietico.
L’Italia, raccolta intorno alla sua Costituzione, guarda con fiducia alle sfide del futuro, insieme agli altri popoli europei.
Lo scrittore statunitense, William Faulkner - premio Nobel per la letteratura nel 1949 - ammoniva, nel suo “Requiem per una monaca” che “il passato non è mai morto, non è neanche passato”.
Quel che è accaduto non svanisce ma vive nelle conseguenze che ha prodotto.
Il passato ha plasmato il presente.
Ecco perché per la Repubblica vale l’impegno che esorta: ora e sempre Resistenza!
Da San Severino Marche, segnata dalle prove del sisma di dieci anni or sono, dalle recenti alluvioni, si conferma la volontà di risorgere.
La Repubblica è riconoscente alla gente delle Marche per il contributo che ha fornito alla sua fondazione e al suo svilupparsi.
Viva la Liberazione, viva la Repubblica!