La disputa legale, la questione ambientale, il ruolo della politica.
Quella che in questi giorni viene presentata come un’accesa disputa legale tutta interna alla categoria dei pescatori di vongole della nostra Regione per spartirsi le zone di mare ove raccogliere questo pregiato mollusco è in realtà una questione che riguarda il futuro di tutti noi.
In primo luogo perché il mare è un bene comune, non appartiene a nessuno, e la sua salute è fondamentale per il benessere di tutti, pertanto le Istituzioni nel concedere lo sfruttamento delle sue risorse per finalità economiche, deve assicurarsi che non ne venga comunque pregiudicata l’integrità e la disponibilità per tutti gli usi e le funzioni che attengono ai diritti dell’intera popolazione e delle generazioni future.
Al riguardo va detto che sebbene la pesca delle vongole con draghe idrauliche rappresenti un’attività economica tra le più redditizie che si esercitano sulle coste marchigiane, è da tempo oggetto di un’ampia letteratura scientifica che ne evidenzia gli effetti fortemente invasivi sugli habitat dei fondali dell’Adriatico, al punto che numerosi studi ne considerano l’impatto strutturalmente insostenibile se non rigidamente regolato. Perdita di biodiversità, rimescolamento dei sedimenti, aumento della torbidità, alterazione dei cicli del carbonio e dei nutrienti: non si tratta di opinioni, ma di dati scientifici consolidati.
Purtroppo è proprio nelle Marche, con 221 imbarcazioni su circa 700 in Italia, che si è determinata storicamente la più alta concentrazione di questa pratica di pesca. La ripartizione degli spazi e delle imbarcazioni tra i diversi compartimenti in cui si suddivide la costa non è certamente casuale, né può essere meramente vincolata al Compartimento di iscrizione originaria delle imbarcazioni. Essa è regolamentata secondo criteri finalizzati a determinare il miglior equilibrio possibile dello sforzo di pesca.
La Regione Marche ha disciplinato la materia con il Regolamento n.6 del 19 ottobre 2009 con il quale sono state definite competenze e procedure per effettuare tale ripartizione e, contestualmente, è stata definita una nuova suddivisione provvisoria dei compartimenti (art.10 del Regolamento) allo scopo di realizzare una distribuzione più equilibrata possibile delle imbarcazioni. La novità fu quella di creare la cosiddetta area di pesca “C” di 18 Km, individuata tra Civitanova Marche e Porto Recanati su cui spostare 25 imbarcazioni dal compartimento meridionale allo scopo di determinare una più equilibrata distribuzione dello sforzo di pesca. La decisone di creare quest’area, che fino a quel momento era appannaggio dei pescatori anconetani, fu assunta in via transitoria in attesa di acquisire elementi di carattere scientifico tali da suffragare o rivedere tale ripartizione.
Tale scelta transitoria, originariamente definita sulla base di valutazioni piuttosto empiriche, è stata via via suffragata da approfondimenti scientifici, sino al corposo studio svolto dall’IRBIM CNR di Ancona e dall’Università di Bologna. Non a caso la Giunta Regionale sin dal 2012 stabilì con la Delibera n.118 che la ripartizione contenuta nella suddetta disciplina provvisoria diventasse strutturale. Nonostante ciò la norma transitoria è stata prorogata sino ai giorni nostri in quanto la citata Delibera è stata posta “sub iudice” dal Consorzio dei vongolari anconetani determinati a espellere le 25 imbarcazioni provenienti dal sud delle Marche.
La recente sentenza del Consiglio di Stato del 17 gennaio 2025 ha finalmente chiarito definitivamente un punto che, da mesi, è stato volutamente oscurato nel dibattito politico regionale: la distribuzione delle imbarcazioni per la pesca delle vongole nelle Marche, così come definita dall’articolo 10 del Regolamento regionale n. 6 del 2009, è ormai una distribuzione “a regime”. I Giudici hanno in sostanza sancito che l’assetto organizzativo derivato dall’applicazione ultradecennale dell’articolo 10 si è consolidato nel tempo, diventando struttura ordinaria della gestione, indipendentemente dalla formale cessazione del regime transitorio. In altre parole, la mancata proroga della disciplina transitoria accantonata dall’Assemblea Legislativa Regionale nella seduta del 23 Dicembre 2025 non produce alcun effetto sostanziale sulla ripartizione degli spazi di pesca e delle imbarcazioni tra i diversi compartimenti regionali. Quindi: la situazione resta esattamente quella attuale.
In sostanza è del tutto infondata l’idea che la mancata proroga dell’articolo 10 potesse determinare un automatico “ritorno” delle imbarcazioni nei compartimenti originari. Questa conclusione non è un’opinione politica, ma un assunto giuridico.
D’altro canto per comprendere che un eventuale ritorno al passato determinerebbe uno squilibrio inconcepibile basta guardare i numeri, senza dover leggere le 185 pagine dello studio IRBIM – CNR e UniBo pagato con soldi pubblici, che comunque definisce testualmente “un buon compromesso” l’assetto vigente. Le conclusioni di tale studio, di cui incredibilmente nessuno parla, sono che l’attuale distribuzione delle imbarcazioni è, nelle condizioni date, la più equilibrata possibile e, pur non eliminando l’impatto ambientale, lo rende meno distruttivo localmente. Di conseguenza il ritorno ai compartimenti “storici” rischierebbe di rendere distruttivo lo stress eco-sistemico nelle zone di maggior concentrazione.
I numeri, infatti parlano chiaro: con un eventuale ritorno al passato si avrebbero 79 Km a disposizione delle 74 vongolare di attualmente operanti ad Ancona, mentre con lo spostamento a Sud delle 25 vongolare operanti a Civitanova nel compartimento meridionale ne opererebbero la bellezza di 82 su appena 43 Km di costa.
Ma se, al di la delle rimostranze dei vongolari anconetani (fondate esclusivamente su aspettative oggettivamente corporative e localistiche) le cose sono così chiare da ogni un punto di vista: scientifico, normativo, e giurisprudenziale, perché mai tanta confusione?
La risposta è semplice: su una materia così importante e delicata dal punto di vista ecologico e sociale la politica regionale sta dando il peggio di sé. Un vero è proprio cortocircuito politico che ha sta producendo confusione, tensione sociale e aspettative destinate a essere deluse.
Da un lato, una parte della minoranza del Consiglio Regionale ha cavalcato la protesta dei pescatori di vongole anconetani, alimentando la falsa narrazione secondo cui sarebbe bastato “non prorogare” la disciplina transitoria per ristabilire una presunta “giustizia territoriale”, a prescindere da ogni valutazione di ordine ecologico. Dall’altro lato, la maggioranza regionale ha scelto l’ambiguità irresponsabile, lasciando intendere, senza mai chiarire apertamente, che la mancata proroga dell’articolo 10 avrebbe potuto “accontentare” le rivendicazioni provenienti da Ancona. In realtà, la maggioranza sapeva perfettamente — o era in grado di sapere — che la cessazione formale della disciplina transitoria non avrebbe modificato in alcun modo la distribuzione delle imbarcazioni, come sancito dal Consiglio di Stato. Un atteggiamento allusivo e non trasparente che sta contribuendo in modo decisivo al caos attuale, perché ha alimentato aspettative infondate senza avere il coraggio della verità.
Il problema è che la gestione della pesca delle vongole nelle Marche è un tema delicatissimo sia per la sua portata socio economica, sia per il suo impatto sull’ecosistema. Un impatto che allo stato attuale, per la quantità delle imbarcazioni e per le attuali tecniche di pesca risulta incompatibile con il dovere inderogabile di difendere la biodiversità marina stante l’obiettivo della protezione del 30% del mare entro il 2030 fissato dall’Unione Europea e reso vincolante con il Regolamento UE 2024/1991 (Nature Restoration Law).
Un settore che pertanto andrebbe prima possibile accompagnato con misure appropriate verso una riduzione della sua intensità e l’innovazione dei suoi sistemi di pesca in chiave di sostenibilità. Scelte, queste, che irresponsabilmente l’attuale politica non ha il coraggio e l’interesse di praticare.
In una Regione in cui siamo ancora allo 0% di protezione, nonostante le due “aree marine di reperimento” previste dall’articolo 36 della Legge quadro sulle aree protette n.394/1991 (Parco Marino del Piceno e Costa del Monte Conero), la politica dovrebbe esprimere pertanto un livello di responsabilità e consapevolezza ben diverso dalla demagogia e dall’insipienza a cui stiamo assistendo in questo frangente.
Il Portavoce dell’associazione