Un’opera realizzata dal vivo, nel cuore del museo, tra mito, Appennino e materia primordiale. Galliani sceglie il rischio e la responsabilità del fare davanti al pubblico, riportando l’atto creativo al centro dell’esperienza artistica.
Dipinge davanti agli sguardi, nel luogo dove normalmente si contemplano solo opere finite. Omar Galliani rompe uno dei tabù più consolidati dell’arte contemporanea e realizza L’Eco della Sibilla direttamente all’interno della Pinacoteca, trasformando il museo da spazio asettico di esposizione a luogo vivo di creazione.
«È un’operazione che oggi difficilmente si incontra nel mondo dell’arte contemporanea», spiega l’artista. I musei, osserva Galliani, sono spesso ambienti neutri, in cui le opere arrivano già concluse, prelevate dagli studi o dalle gallerie e accompagnate da un semplice cartellino tecnico. Qui accade l’opposto: l’opera nasce sotto gli occhi del pubblico, con tutto il carico di rischio, responsabilità e tensione che questo comporta.
Un rischio che Galliani accetta consapevolmente. Non è la prima volta. In passato ha dipinto un sipario monumentale di 15 metri per 12 per un teatro storico e ha lavorato in Cina all’interno dell’Accademia, realizzando opere davanti a una platea silenziosa di studenti universitari. «È anche un desiderio di superarsi, di mettersi alla prova davanti a situazioni difficili», ammette, con una lucidità che mescola disciplina e narcisismo creativo.
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L’Eco della Sibilla prende forma come un trittico: tre tavole unite in un’unica opera, scandite dall’orizzonte del paesaggio appenninico tra Marche e Umbria. Sullo sfondo emergono i Monti Sibillini, presenza geografica e simbolica, mentre al centro domina la figura della Sibilla, creatura arcaica e divinatoria.
Non una Sibilla cristianizzata, ma quella pagana delle origini: la profetessa che scriveva i suoi vaticini sulle foglie, interrogata su salute, destino e guerra. Una figura che abita l’ombra, la cavea, la caverna. È proprio lì che Galliani decide di entrare, costruendo un’opera che dialoga con la terra, con il mito e con la materia.
La tecnica è ridotta all’essenziale, ma carica di significato. Galliani lavora con due materiali: la grafite e il pioppo. La grafite, carbonio primordiale, è il minerale che precede il diamante di milioni di anni. «Un diamante giovane», lo definisce l’artista, capace di riflettere la luce in modo sottile e profondo. La utilizza in sezioni minime, di uno o un millimetro e mezzo, per coprire superfici ampie con un gesto lento e rigoroso.
Il supporto è il pioppo, legno povero solo in apparenza. È lo stesso utilizzato per la Gioconda, da Ghirlandaio e da molti maestri del Rinascimento. Un legno morbido, luminoso, profondamente italiano, che cresce lungo le rive del Po. Galliani vive tra Reggio Emilia e Parma, e quei filari verticali di pioppi che salgono verso il cielo fanno parte del suo paesaggio quotidiano, in dialogo ideale con la profondità oscura della grafite estratta dalla terra.
In un’epoca in cui l’opera sembra spesso separata dal gesto che l’ha generata, Galliani compie un’operazione controcorrente: restituisce al pubblico la possibilità di vedere nascere l’arte. Non per spiegare tutto, ma per riattivare la domanda fondamentale: come è stata realizzata quest’opera? Su commissione o per necessità interiore? Dentro o fuori gli schemi?
L’Eco della Sibilla non è solo un’opera, ma un’esperienza. Un ritorno al romanticismo del fare, alla responsabilità dell’artista, alla sacralità del processo creativo. Un’eco che attraversa il mito, la materia e il presente, risuonando tra le sale della Pinacoteca come un vaticinio antico che continua a interrogare il nostro tempo.