Cappelli: A dieci anni dal terremoto ricostruire le comunità è la sfida più difficile

Cappelli: A dieci anni dal terremoto ricostruire le comunità è la sfida più difficile

Oggi ricorrono dieci anni da quella notte del 24 agosto 2016 che ha segnato per sempre la vita di migliaia di persone e cambiato il volto di interi territori.

Dieci anni sono un tempo lungo. Consentono di guardare al percorso compiuto, riconoscere i risultati raggiunti e, allo stesso tempo, comprendere con lucidità ciò che ancora manca. La domanda più importante, però, non riguarda soltanto quanto sia stato ricostruito, ma che cosa significhi davvero ricostruire.

Il terremoto, infatti, non ha colpito soltanto il patrimonio edilizio. Ha modificato la vita delle persone e l’equilibrio sociale di interi territori: famiglie costrette ad allontanarsi, attività interrotte, paesi e frazioni che hanno perso abitanti, relazioni e quotidianità.

La parte più difficile della ricostruzione, però, è andare oltre gli edifici. Ricostruire una casa significa restituire a una famiglia il luogo in cui vivere. Ricostruire un paese, invece, significa fare in modo che quella famiglia possa davvero tornare e che altre persone possano scegliere di restare, vivere e costruire lì il proprio futuro.

Questo vale soprattutto per le aree interne e montane, già interessate prima del sisma da spopolamento e progressiva riduzione dei servizi. Il terremoto ha aggravato fragilità preesistenti che oggi non possiamo ignorare.

Per questo la ricostruzione deve essere accompagnata da una strategia capace di sostenere la vita quotidiana dei territori: servizi essenziali, scuole, collegamenti, lavoro, attività economiche e opportunità per i giovani.

Non si tratta semplicemente di tornare alla situazione precedente al 24 agosto 2016, ma di creare le condizioni per un futuro più solido, capace di contrastare l’abbandono e restituire prospettive a chi vive questi luoghi.

È giusto, quindi, riconoscere i progressi compiuti senza nascondere le difficoltà ancora presenti. La ricostruzione ha bisogno di continuità, attenzione e di una prospettiva che guardi oltre l’emergenza e oltre i singoli cantieri.

Oggi però ricordiamo soprattutto le vittime di quella tragica notte, condividiamo il dolore di chi ha perso persone care e rinnoviamo una profonda vicinanza a chi ha visto stravolto il proprio luogo di vita.

La ricostruzione sarà davvero compiuta non quando l’ultimo edificio sarà tornato in piedi, ma quando nei paesi torneranno le famiglie, nelle scuole torneranno i bambini, le attività riapriranno e i giovani potranno scegliere di costruire qui il proprio futuro.

Il vero obiettivo, oggi, non è soltanto ricostruire ciò che il terremoto ha distrutto, ma impedire che il tempo e lo spopolamento finiscano per cancellare ciò che il terremoto ha lasciato in piedi.

Gregorio Cappelli