Nove anni tra Senato e Camera, zero vittorie per San Benedetto. Mentre la città attendeva risposte su infrastrutture e sanità, l’Onorevole Fede si perdeva nei corridoi romani. Oggi torna a chiedere voti, ma il suo "politichese" non basta più a coprire l’assenza di fatti.
"C’è un dato che, più di ogni slogan elettorale, pesa sulla candidatura di Giorgio Fede a Sindaco di San Benedetto del Tronto per il 2026: il silenzio dei risultati. Per quasi un decennio – cinque anni in Senato e quasi quattro alla Camera – Fede è stato il volto del Movimento 5 Stelle nel Piceno. Una posizione di privilegio che avrebbe dovuto tradursi in una pioggia di interventi, emendamenti e risorse per la Riviera delle Palme. Eppure, a guardare lo stato attuale delle nostre infrastrutture, del porto e dei servizi sanitari, viene da chiedersi: dov’era l’Onorevole mentre la città lottava per non restare isolata?
L’attività parlamentare di Giorgio Fede, se analizzata con la lente del pragmatismo sambenedettese, appare come una lunga sequenza di presenze formali e incarichi di commissione che hanno giovato alla sua carriera politica, ma ben poco al benessere dei suoi concittadini. Vicepresidente della Commissione d’inchiesta sul Moby Prince, segretario in Commissione Trasporti: titoli altisonanti che lo hanno tenuto impegnato nelle dinamiche romane, lontano dai problemi reali di via Mentana o del quartiere Agraria.
La critica che rimbalza tra i caffè di viale Secondo Moretti e i commenti al veleno sui social è univoca: Fede ha interpretato il ruolo di parlamentare come un funzionario di partito, fedele alla linea di Giuseppe Conte, ma sordo alle grida di aiuto del territorio che lo ha eletto. Mentre i nodi della A14 strozzavano l'economia locale e il progetto del nuovo ospedale diventava una telenovela regionale, l’azione di Fede è rimasta confinata nel "politichese" più stretto. Una dialettica fatta di "tavoli tecnici", "interlocuzioni" e "auspici", che oggi, alla vigilia delle amministrative, suona come una beffa per chi vive quotidianamente i disagi di una città ferma al palo.
Proprio in questi giorni, quasi a voler rimediare a un decennio di distrazione, Fede ha sbandierato una proposta di legge per rendere San Benedetto capoluogo di provincia. Un annuncio che molti osservatori hanno bollato come la quintessenza del populismo elettorale. Proporre oggi, a pochi mesi dal voto comunale, una riforma di tale portata dopo anni di inerzia parlamentare, sa di mossa della disperazione. È il classico "asso nella manica" tirato fuori quando ci si accorge che il serbatoio dei fatti è vuoto.
I cittadini si chiedono: se non è riuscito a sbloccare i fondi per il dragaggio del porto o a garantire un potenziamento stabile dei trasporti ferroviari quando il M5S era al governo con percentuali bulgare, come può pensare di rivoluzionare l’assetto provinciale marchigiano dai banchi di un consiglio comunale?
Il punto non è solo la mancanza di opere realizzate, ma l’incapacità di parlare il linguaggio della città. San Benedetto è una comunità che vive di pragmatismo, di sudore e di pragmatismo commerciale. La figura di Fede, percepita come quella di un burocrate della politica ormai assuefatto ai riti dei palazzi romani, appare totalmente aliena al tessuto sociale cittadino. La sua candidatura a capo del "Campo Largo" sembra più un'operazione di salvataggio per una classe dirigente in cerca di ricollocamento che un progetto di rinascita urbana.
Il sospetto, che serpeggia anche tra i ranghi di quel centro-sinistra che dovrebbe sostenerlo, è che Fede non abbia né la visione né l'energia necessaria per gestire le emergenze di una città complessa. Gestire un Comune non significa partecipare a una votazione elettronica alla Camera premendo un tasto; significa stare in strada, conoscere le criticità dei quartieri e, soprattutto, avere la credibilità per bussare ai ministeri e farsi ascoltare. Una credibilità che Fede, nei suoi nove anni di "villeggiatura romana", sembra aver smarrito tra un tweet e una nota stampa di partito.
Le elezioni amministrative del 2026 saranno un bivio decisivo. San Benedetto può scegliere di affidarsi a chi ha già dimostrato di mettere gli interessi di partito e la carriera personale davanti al bene comune, o può pretendere una guida che conosca il sapore della polvere della propria terra. Giorgio Fede incarna la figura del "parlamentare distratto", di colui che torna in provincia solo quando il vento di Roma smette di soffiare. Ma la città ha la memoria lunga: e il conto di questi anni di assenza rischia di essere presentato proprio nell’urna elettorale".
Gruppo Giovani San Benedetto del Tronto